Quando una collezione cambia generazione
Quasi 31.000 miliardi di dollari passeranno di mano entro il 2035, da circa 1,2 milioni di individui con un patrimonio superiore ai 5 milioni di dollari – il più grande trasferimento generazionale di ricchezza mai registrato. È il dato al centro dell’ultimo Art & Finance Report di Deloitte, presentato alla diciassettesima edizione della Deloitte Private Art & Finance Conference a New York. L’arte e gli oggetti da collezione, stimati prudenzialmente al 5% di questo totale, corrispondono a circa 1.000 miliardi di dollari destinati a cambiare proprietario nel prossimo decennio – quasi 100 miliardi l’anno. Bloomberg, che ha dedicato un lungo reportage al fenomeno, lo sintetizza in una frase: semplicemente, non ci sono abbastanza compratori né musei per assorbire un volume simile di opere in un tempo così concentrato.
Il dato più utile, però, non è quello sulla dimensione del fenomeno, ma quello sulla sua impreparazione. Lo stesso report Deloitte definisce la prossima generazione di eredi d’arte “in gran parte disinformata e impreparata”: il 61% dei collezionisti non ha mai discusso la propria collezione con i propri eredi, e un ulteriore 21% l’ha solo menzionata, senza mai entrare nel merito di cosa comporti realmente riceverla in eredità.
Questo scarto tra chi costruisce una collezione e chi la eredita non è, per noi, un dato statistico astratto. È un fenomeno che abbiamo osservato ripetutamente, da vicino, nel corso degli anni. Ci siamo trovati più volte al fianco di collezionisti che avevano dedicato decenni – spesso con sacrifici e rinunce reali, non solo con disponibilità economica – alla costruzione paziente di una collezione, e che arrivavano da noi con una preoccupazione precisa: la paura che, una volta passata ai figli, quella collezione venisse dispersa, svenduta senza criterio, o semplicemente ignorata da chi non ne condivideva la stessa sensibilità o non ne comprendeva il reale valore.
È una preoccupazione fondata. Un’opera senza provenienza documentata, senza certificazione di autenticità, senza un inventario aggiornato, rischia di restare bloccata in un limbo tra la casa di famiglia e un mercato che non ha modo di raggiungerla – o, peggio, di essere ceduta a una frazione del suo valore reale da eredi che non hanno gli strumenti per valutarla. Il problema, nella nostra esperienza diretta, raramente riguarda il valore intrinseco delle opere. Riguarda quasi sempre la mancanza di un lavoro fatto per tempo: documentazione, valutazione, e una trasmissione di conoscenza tra chi ha costruito la collezione e chi la riceverà.
Il nostro ruolo, in situazioni di questo tipo, cambia a seconda del caso. Quando gli eredi hanno interesse a proseguire il percorso del collezionista che li ha preceduti, lavoriamo per metterli in condizione di comprendere davvero cosa hanno ricevuto – attribuzione, provenienza, stato di conservazione, posizionamento di mercato di ciascuna opera – così che una collezione costruita in una vita non si trasformi in un patrimonio inerte, ma continui a essere seguita con la stessa cura con cui è nata. Quando invece l’interesse a proseguire non c’è, il nostro lavoro è altrettanto concreto: valorizzare la collezione nel suo insieme, individuando per ciascuna opera il canale e il momento di mercato più adatti, in modo che il lavoro di una vita venga ceduto alla migliore valutazione possibile, e non disperso per mancanza di tempo o di competenza.
Il decennio che si apre porrà questa scelta a un numero crescente di famiglie – una questione che, per sua natura, va affrontata prima, non dopo, mentre la memoria e il criterio di chi ha costruito la collezione possono ancora guidare chi la riceverà. Sono le collezioni pensate e seguite con questa attenzione, più che quelle semplicemente accumulate, a mantenere intatto il proprio significato quando passano di mano.
