Donald Baechler e il tempo della riscoperta
Emerso negli stessi anni e negli stessi ambienti newyorkesi di Jean-Michel Basquiat e Keith Haring, ma sviluppando un linguaggio del tutto proprio e riconoscibile, Donald Baechler (1956–2022) costruì un vocabolario visivo fatto di volti, fiori e globi, resi con un tratto volutamente incerto su fondali densi di collage – una ricerca che l’artista definì sempre di natura squisitamente astratta, fondata su questioni di linea, forma ed equilibrio.
Nel tempo, il suo percorso ha assunto un rilievo istituzionale di rara ampiezza: le sue opere sono oggi custodite nelle collezioni di MoMA, Whitney, Stedelijk, Centre Pompidou e Guggenheim, e la sua ricerca ha attraversato la Biennale di San Paolo e la Whitney Biennial, in un percorso espositivo che nel corso della carriera ha superato le cinquecento presenze tra mostre personali e collettive.
È in questo quadro di solidità istituzionale che si inserisce un risultato d’asta registrato nei primi giorni di questo mese, relativo a The Butterfly Flower #3 (1996), tecnica mista – acrilico, collage di carta e tessuto su tela – di 147,3 × 101,6 cm. Il dipinto, aggiudicato a New York per 179.200 dollari, ha superato il precedente record dell’artista, un imponente dittico del 1989 aggiudicato nel 2000: un dato che, letto nel contesto di un percorso espositivo di rara ampiezza e coerenza, invita a riconsiderare con maggiore attenzione la traiettoria di un artista la cui rilevanza storica ha atteso a lungo un pieno riconoscimento da parte del mercato.

The Butterfly Flower #3, 1996
acrilici, carta ed applicazioni su tela
147.3 x 101.6 cm.
Courtesy: Sotheby’s New York
Le origini di questa ricerca affondano in un episodio biografico rivelatore: adolescente a Hartford, in Connecticut, Baechler lavorò per un’estate come inserviente al Wadsworth Atheneum, il museo cittadino, occupandosi della pulizia delle sale mentre l’istituto restava chiuso al pubblico. Fu in quelle settimane, trascorse da solo tra le opere, che nacque in lui il desiderio di possedere la pittura – un’esperienza che l’artista avrebbe più volte richiamato come l’origine stessa della propria vocazione. Da quella stagione derivò anche un’abitudine che avrebbe segnato l’intera sua pratica: l’accumulo. Ritagli di giornale, tessuti ereditati dalla madre, disegni infantili, fotocopie di fotografie – migliaia di immagini catalogate in raccoglitori e archivi di studio, delle quali solo una minima parte trovava infine posto nella tela, selezionata attraverso un processo di sottrazione paziente che l’artista paragonava a un lavoro quasi scultoreo, condotto per progressive rimozioni fino al raggiungimento dell’equilibrio cercato.
A distinguere Baechler dai suoi coetanei newyorkesi fu inoltre un anno di formazione trascorso alla Städelschule di Francoforte, dove entrò in contatto con l’opera di Gerhard Richter e Sigmar Polke ben prima che questi nomi fossero noti alla maggior parte dei suoi contemporanei americani. Questa eredità europea, innestata su un vocabolario iconografico inequivocabilmente statunitense, conferisce alla sua pittura una qualità ibrida che resiste a ogni facile catalogazione, e che l’artista stesso preferiva accostare, piuttosto che alla scena da cui pure emerse, a maestri come Cy Twombly e Giotto. Fu proprio Andy Warhol, negli anni Ottanta, a certificare a suo modo l’ingresso di Baechler in una linea di continuità tra generazioni: ritrattolo in una serie di polaroid, ne scelse una per realizzarne una serigrafia in argento, gesto che riconosceva nel giovane artista una voce già degna di attenzione.
Questa stessa coerenza di linguaggio accompagnò Baechler anche quando, a partire dagli anni Duemila, estese la propria ricerca alla scultura, mantenendo la medesima piattezza grafica anche nella tridimensionalità. Ne è esempio Walking Figure (2008), imponente figura femminile in alluminio alta oltre nove metri, installata all’aeroporto Francis S. Gabreski di Long Island — un’opera che portò il linguaggio dell’artista fuori dai circuiti tradizionali della galleria e del museo, verso una visibilità pubblica di natura diversa ma non meno significativa.

Fotografia di Len Holsborg/Alamy
Courtesy: The Guardian
I dati di mercato disponibili confermano una crescita stabile e costante dei prezzi a partire dal 2018, con gli Stati Uniti che assorbono circa la metà delle transazioni registrate, seguiti da Regno Unito, Svezia, Italia, Francia, Germania, Svizzera e Austria – una distribuzione geografica che segnala un mercato ancora prevalentemente concentrato nel paese d’origine dell’artista, ma in graduale e costante espansione altrove. Le opere di formato medio si collocano tipicamente in una fascia compresa tra i 20.000 e i 50.000 euro, mentre i lavori di dimensioni maggiori possono raggiungere quotazioni fino a 200.000 euro. Tra i soggetti più ricercati dal pubblico dei collezionisti figurano in particolare i globi e le rose, motivi ricorrenti nella sua produzione più matura, mentre un interesse crescente si registra anche verso i lavori più minimali e meno risolti degli anni Ottanta, sempre più apprezzati da chi guarda con attenzione alle fasi meno esplorate della sua ricerca.
Alla luce di questo quadro, il risultato registrato nei primi giorni di luglio si legge meno come un episodio isolato e più come un segnale coerente: quello di un mercato che sta lentamente e progressivamente riallineando le proprie valutazioni a una statura storica e istituzionale che, a ben vedere, non ha mai smesso di essere solida.
er i collezionisti che guardano alla profondità di una ricerca più che alle oscillazioni di breve periodo, Donald Baechler resta oggi il nome di un artista il cui riconoscimento di mercato non ha ancora raggiunto pienamente l’ampiezza del suo percorso espositivo
